Leonardo

Fascicolo 13


in "Alleati e nemici"
GIACOMO BARZELLOTTI - Dal Rinascimento al Risorgimento. - Sandron, 1904, p. XIV, 404.
recensione di Giuliano il Sofista (Giuseppe Prezzolini)
p. 30


p. 30



   Questo libro farà abbaiare e squittire molti letterati italiani; e perciò ci piace. I custodi delle nostre arcadiche glorie, gli spolveratori di vecchie parole, i guardiani ringhiosi della tradizione, gli avvicinatori di parole classiche e i cercatori di ritmi originali, guarderanno con meraviglia questo libro che si permette di parlare di idee, di trovarne vuota la letteratura italiana, infelice la prosa, mancante in generale di vita di vigoria di pensiero. E allora, raggrinzite le labbruzze a una smorfietta di sdegno, lo chiameranno un libro «manzoniano». Secondo me sbaglieranno. Non già che il Barzellotti sia ostile al borghese scrittore lombardo; anzi, secondo me, lo pesa con bilancie più che parziali; ma il Barzellotti non ripete solo quello che dissero Manzoni e Bonghi; alle critiche della nostra cultura, aggiunge quella di mancare di vita interna; egli vuole che ci orientiamo verso «l'esplosione dell'uomo interiore» (p. VI) e nota il fatto significativo «che, mentre da un lato, dopo Dante, a mano a mano che la cultura italiana si allarga e cresce in tutti i mezzi dell'arte la potenza di rendere l'esterno delle cose e della vita, il mondo interiore sembra però come restringersi e chiudersi ai nostri scrittori, dall'altro lato, invece il primo passo che fanno i francesi e gli inglesi al di là della soglia delle loro letterature appena nascenti è appunto in cotesto mondo; dal quale poi non si ritraggono indietro come í nostri, ma ci penetrano e ci spaziano sempre più» (p. 227). Noi che in queste pagine abbiamo sempre sostenuto la superiorità dei valori interni, della vita contro l'espressione, dell'idea contro la parola, abbiamo trovato nel libro del Barzellotti anche altre nostre simpatie ed altri valori, come quello del vero Rinascimento, cioè del rinascimento comunale, francescano, dantesco, e del pensiero medioevale che fu infinitamente o superiore alle poche parvenze di filosofia che avemmo nel XV e nel XVI secolo.
   Mi piace chiudere con un leggiadro motto di Gian Falco, che apparteneva a un libro che insieme scrivemmo senza renderlo pubblico: «I letterati italiani scrissero cose che non sentivano, in una lingua che non parlavano».


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